La Comunità Pandemica

Nil Mata Reyes

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Benvenuti nella comunità pandemica, una forma di appartenenza sociale strutturata dalla logica di partecipazione e profilassi delle macchine connesse in rete. Lo scopo della vita nella comunità pandemica è di essere intimamente “in contatto” e allo stesso tempo prudentemente fuori portata, per essere completamente connessi in isolamento igienico e dunque per essere completamente isolati ad opera delle connessioni igieniche.

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Tutta la vita che è stata organizzata su scala dell’istituzione —l’università, la fabbrica, l’ufficio, l’ospedale, la prigione— è ora organizzata su scala di quanto definito dagli indirizzi di rete. Nella comunità pandemica la vita sociale, lavorativa e politica è interamente contratta nella vita domestica per poi esplodere nella vita in rete. Tutto ciò che è stato gestito per sfuggire furtivamente alla cattura digitale delle reti, con rammarico, si sottomette e si connette.

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L’abbondanza di tempo appena non strutturato nella comunità pandemica straripa nell’abbondanza di notifiche, pubblicità, aggiornamenti, avvisi, messaggi, bip ed inviti al tempo della rete. Se prima della pandemia una vita poteva passare attraverso varie istituzioni nel corso di una giornata, diventando a turno un lavoratore, un consumatore, un paziente e uno studente, ora una vita può formalmente assumere tutte queste posizioni simultaneamente come le schede nei browser, le app sui dispositivi, il software sui network. Le soggettività lampeggiano algoritmicamente su on e off senza sosta, come voci di un database.

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Nella comunità pandemica il rischio di contagio è delocalizzato sugli altri razzializzati e sessualizzati che non possono non lavorare. Magazzinieri, camionisti, custodi, commessi degli alimentari, staff ospedalieri, spazzini e lavoratori a progetto sono il fondamento materiale di una vita domestica il più possibile connessa e il meno possibile deambulatoria. Ciò che non può essere trasmesso in streaming è compensato da una classe mobile che è tanto precaria quanto il contatto è contagioso, tanto essenziale quanto sacrificabile.

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La comunità pandemica reimmagina la domesticità come la sintesi di rete della sicurezza e dell’efficenza, un sito integrato e inter-operabile dove le divisioni spaziali e temporali tra lavoro produttivo e riproduttivo possono essere superate. In case confinate ma connesse, le vite possono dormire, mangiare, fare i genitori, lavorare, bere, cucinare, scopare, insegnare e trasmettere in ambienti controllati e disciplinati. Che sia svolto a casa o a sostegno delle case degli altri, tutto il lavoro è ora domestico. Quelle vite le cui case sono in se stesse ostili a causa di un affitto insostenibile, degli abusi domestici o del sovraffollamento, sono abbandonate come perdite statisticamente prevedibili ma in ultima analisi da scartare, mentre quelle senza casa nemmeno sono contemplate nell’equazione.

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La comunità pandemica non è una comunità di corpi, ma di dati. Quanto più della vita diventa connesso, tanto più le reti sanno sulla vita, e quanto più della vita viene appreso dalle reti, tanto più potere le reti detengono sulla vita. Nella comunità pandemica la produzione reciproca di conoscenza e potere su cui sono state fondate le istituzioni disciplinari è completamente automatizzata. Tutte le azioni performate sui network producono un surplus di dati che – attraverso la loro accumulazione – ritorna infine come arma contro la vita. La politica è superflua, come un qualsiasi altro problema tecnico.

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Prima della pandemia, la forma culturale privilegiata era ciò che eccedeva le reti. Tutto ciò che succedeva nelle “vita reale” e “lontano dalle tastiere” era feticizzato, anche se poi fosse finito a circolare sui network. Nella comunità pandemica il network in sé diventa il luogo privilegiato. Le istituzioni culturali di ogni sorta licenziano personale ed affittano server, cancellano spettacoli e commissionano contenuti. La vita sociale è traslata nella vita di rete, in una forma partecipativa e improvvisata. Sull’asse della convergenza di estetica e cibernetica, la comunità pandemica ricrea la cultura in base alla seguente ovvietà: “Tutti i network sono il bene, e tutto ciò che è bene fa network” e “La buona vita è quella connessa in rete”.

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Nella comunità pandemica il capitalismo non può sostenersi e quindi viene simulato. Una caterva di pacchetti stimolo, mutui a interessi zero e sospensioni di pagamento rianimano l’economia in una forma virtuale, dove la sottrazione massiva di lavoro globale è bilanciata dalla moltiplicazione massiva del debito globale. La sospensione politica dell’economia capitalista e la simulazione tecnica delle relazioni capitaliste, sono avviate solo in preparazione dell’eventuale avvento di un mondo post-pandemico dove le contraddizioni del capitalismo possono di nuovo essere rese realtà. Fino a quel punto, la comunità pandemica vive la precarizzazione virtualizzata, la spoliazione e la privazione del capitalismo come parte di una prova generale di connessione, dove la simulazione dei mercati capitalisti simula anche la loro violenza.

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Il linguaggio della comunità pandemica è il linguaggio dei protocolli. Lo scambio di dati sincronizzato e sequenziato tra indirizzi di rete, la cascata coordinata di impulsi binari è un mezzo tecnico di rappresentazione della vita numericamente determinata. Il linguaggio è catturato in caratteri leggibili dalle macchine per analizzarlo e monetizzarlo come comunicazione, mentre la coscienza è catturata in click e scroll per misurarla e manipolarla come attenzione. Nella comunità pandemica anche la morte può essere compresa appieno solo numericamente, catturata in statistiche e poi visualizzata in una serie pixelata di grafici, curve e mappe. Vivere e morire sono resi formalmente intercambiabili nella misura in cui sono entrambi catturati dall’astrazione e dalla mediazione dei network.

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Le forze distruttive della comunità pandemica sono allo stesso tempo la condizione di possibilità di un immenso processo produttivo pandemico, e ogni cosa prodotta per difendere la vita dal contagio può essere ricondotta a fungere da modello per la vita post-pandemica in generale. Non appena saranno trovate terapie, si svilupperà l’immunità di gregge e arriverà il vaccino, l’economia globale sarà interamente riorganizzata e le nuove infrastrutture, i dispositivi e le reti messi in piedi per la pandemia saranno già stati istanziati a dovere. Tra gli esiti più conseguenti della pandemia non ci saranno solo le molte vite perdute a causa del virus, ma anche la totale reinvenzione delle forme reali nelle quali le vite sono vissute.

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Qualunque cosa lavori nella comunità pandemica in ultima analisi lavora contro la vita. La pigrizia che caratterizza la potenzialità della vita è interpretata dalla comunità pandemica come un potenziale che, se non reso produttivo, minaccia in ultima analisi di distruggerla. In altre parole la comunità pandemica vede la potenzialità produttiva e quella distruttiva della vita come due espressioni dello stesso potenziale. La richieste di continuare a studiare senza pausa, di tornare virtualmente di corsa a lavoro, di mettere le nostre vite devono andare avanti (online) nella forma della connessione alla rete, sono articolate con così tanta urgenza adesso solo perché in una pandemia che ha privato la vita dei suoi usi sociali, la vita sembra minacciare totalmente la società. Il punto zero della vita oltre la comunità pandemica diventa quindi la vita stessa, la vita oltre ogni uso particolare.

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Nella comunità pandemica la capacità di conoscere noi stessi è completamente mediata e strutturata dalle reti. Gli algoritmi e i protocolli che compongono i network non sono solo strutturati dalla mente dei programmatori, ma strutturano anche il pensiero che si presenta, insieme, con e sui network. In condizioni del genere, la vita esaminata può prendere forma solo come un esame di network che non sbaglia mai nel validare i suoi assunti più concretamente: la vita vissuta sui network riscoprirà sempre se stessa solo come vita di network. Se la forma network è in questo senso totalizzante, il nostro compito cambia dal sapere cosa siamo al rifiutarlo.

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Mentre queste ultime parole sono battute sulla tastiera, una nuova attività ha iniziato a emergere nelle città attraverso diversi continenti, che suggerisce l’esistenza e la perseveranza della vita che eccede e fugge dalla comunità pandemica. Ogni sera, la gente dalle finestre, sulle verande e dalle terrazze ha iniziato ad urlare, a sbattere pentole e coperchi, a suonare o mettere musica per gli altri, una attività che a suo modo è diventata contagiosa. Questa gestualità collettiva è concepita per celebrare chi rischia la propria vita a sostegno di tutti noi, ma è anche un modo rumoroso per trovare l’altro nella cacofonia di una folla dispersa ma allo stesso tempo assemblata. Oltre la morte, la depressione e la disperazione che scorre densamente nel cuore della comunità pandemica, le persone reclamano l’una dall’altra ciò che non possono trovare da casa sui loro network, per la vita non solo vissuta ma che valga la pena vivere.

Tradotto da Internazionale vitalista